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Disturbo dell'identità di genere: sentirsi un uomo nel corpo di una donna.

Alcuni disturbi presenti sul Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali purtroppo non sono molto conosciuti. Un'informazione più approfondita sulDisturbo dell'Identità di genere, può senza dubbio aiutare a sfatare i pregiudizi e limitare la sofferenza delle persone che ne soffrono.


Di tale disturbo possono soffrire le persone comunemente chiamate “Trans”, anche se non sempre coincide: il transessualismo è infatti un termine impiegato esclusivamente per descrivere chi manifesta la volontà di cambiare le proprie caratteristiche anatomiche. Nel disturbo dell’identità di genere (gender identity disorder- GID) c’è una forte identificazione con l’altro sesso, che emerge già durante l’infanzia per poi intensificarsi durante l’adolescenza: un momento decisivo per lo stabilizzarsi definitivo del disturbo oppure, al contrario, per la sua remissione. L’adolescente può non riuscire ad adottare i comportamenti tipici del proprio sesso od a svolgere attività consone al proprio genere e può provare anche una “disforia di genere” ovvero la sensazione, che spesso accompagna il GID, di essere nati del sesso sbagliato, causa principale del profondo disagio di chi ne è affetto. L’eventuale intolleranza per le tendenze trans-genere da parte dei genitori, fratelli o del gruppo dei pari accentuano la disforia di genere e, nel tempo, possono condurre all’isolamento sociale, condizione che acuisce ulteriormente il conflitto interiore.

I racconti dei protagonisti ci aiutano a comprendere il loro dramma:

  • La nostra vita non è facile perché è una vita a due facce: le persone ci odiano, ci emarginano, pensano che siamo degli esseri immondi. Poi quelle stesse persone vengono a trovarci, ci coccolano, ci riempiono di soldi in cambio di un po’ di tenerezza e magari anche altro.
  • Io ho passato un inferno durante la mia adolescenza: non capivo cosa ci facessi nel corpo di un uomo. Io mi sentivo donna ma dovevo tacere. I problemi erano altri nelle favelas dove vivevo: la fame.
  • Potevo mica raccontare che volevo diventare donna.
  • Non sapevo cos’era l’amore, non l’avevo mai vissuto per via dei miei dubbi. Lì si che avrei voluto morire.
  • È un dolore che senti dentro e non riesci a sfogare. Lì sì che ti viene voglia di farla finita: ma poi pensi che ci sono soluzioni. Qualcuno ti da una mano, lasci il Brasile, ti prostituisci. Inizi a cambiare il tuo corpo proprio come desideri: e allora sembra che la vita, per quanto brutta possa essere, ora ti sorride…

L’adolescenza rappresenta un momento di ristrutturazione della propria identità e di revisione di una delle sue componenti più significative, ovvero l’identità di genere: un processo, innescato dai numerosi cambiamenti morfologici ed ormonali tipici di quest’età, che genera interrogativi e confusione. Dubbi che, seppur normali nella vita di qualsiasi adolescente, sono spesso accompagnati dal timore di una risposta sociale negativa. In questa fase persino avere fantasie o veri e propri rapporti omosessuali può essere solo una scelta transitoria che non determina le proprie preferenze sessuali ma piuttosto testimonia l’incertezza e la necessità di esplorarsi.

Quali sono le cause del disturbo dell’identità di genere? Pur riconoscendo una predisposizione genetica e biologica nella genesi del GID, non vanno trascurati i fattori familiari, sociali e culturali. Sottolineo che ogni caso deve essere valutato in modo particolare poiché l’animo umano è infinito ma, alcune ricerche hanno permesso di distinguere le cause del distubo, almeno percentualmente. Ad esempio un incoraggiamento eccessivo da parte dei genitori verso atteggiamenti femminili o maschili possono indurre il figlio a valutare come preferibili quegli specifici tratti comportamentali promossi dalla madre e dal padre. Anche un legame madre-bambino simbiotico protratto nel tempo può ostacolare, in un figlio maschio, l’acquisizione di un’identità di genere maschile. Per quanto concerne la società, essa esercita notevoli pressioni determinando quelli che sono glistereotipi sessualiovvero i comportamenti maggiormente accettabili e conformi a ciascun genere. Purtroppo gli stereotipi sessuali, cui gli adolescenti sono particolarmente vulnerabili, sono avallati dai mass-mediai quali, diffondendo in maniera superficiale la conoscenza di tecniche chirurgiche atte a modificare drasticamente il corpo, rischiano di rinsaldare la disforia di genere e stabilizzare un GID.

Quale trattamento può essere indicato per il disturbo dell’identità di genere? I trattamenti psicologici solitamente non modificano l’orientamento sessuale raggiunto da una persona in età matura, ma possono essere utili nell’aiutare questi soggetti ad accettare il proprio sesso biologico e nel favorire la riduzione dell’ansia e della depressione connesse a questa patologia. Quando la psicoterapia si dimostra inefficace nella cura della disforia di genere, causando così un malessere sempre più insistente nell’individuo, può essere presa in considerazione l’ipotesi di un intervento chirurgico volto alla modificazione del sesso biologico di appartenenza.

L’iter per il cambiamento di sesso è lungo e complicato. Non prevede solo l’operazione chirurgica ma un percorso reso obbligatorio dalla Legge Italiana che include anche un aspetto legale, burocratico e psicologico. Alla base la necessità che tale scelta, trattandosi di un cambiamento permanente, non sia avventata né basata su false convinzioni ma valutata e ponderata attentamente. A livello fisico, inizialmente si intraprende il trattamento ormonale durante il quale vengono somministrati estrogeni agli uomini e testosterone alle donne; in seguito si procede con l’operazione, chiamata “riassegnazione chirurgica del sesso”. In ogni caso occorre tener presente che, sebbene la disforia di genere diminuisca dopo l’operazione, permangono delle difficoltà; difatti molto spesso sono richiesti ulteriori interventi psicologici nella fase post-operatoria.

La vita di chi è affetto da DIG non è affatto semplice perchè non è una cosa che si sceglie! Proviamo ad immaginare cosa significhi sentirsi prigionieri in un corpo che non sentiamo nostro… Ognuno di noi ha le proprie opinioni a proposito della prostituzione o dell’eccessivo ostentamento di particolari caratteristiche sessuali, ma sono convinta che rispetto ed empatia siano le modalità giuste per rapportarci a situazioni del genere. “Boys don’t cry” (1999), diretto da Kimberly Peirce ed interpretato da Hilary Swank e Chloe Sevigny, è un film che descrive magnificamente il caso di un ragazzo intrappolato nel corpo di una ragazza, che si deve scontrare con una società razzista e violenta.

Dott.ssa Cristina Colantuono