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Perché non mi sento in colpa se vi guardo nella scollatura

Prima che mi tacciate di essere un porco maschilista, vorrei fare giusto un paio di considerazioni in difesa della mia libertà di sguardo.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Uomini che amano le donne”

È estate, fa caldo, tutti ci vestiamo più leggeri e le donne, giustamente, si vestono anche scollate. Il che significa che sotto i nostri occhi passano una quantità significativa di seni, magari pure traslucidi di sudore. E io guardo e non mi sento in colpa per questo.

Prima che mi tacciate di essere un porco maschilista, vorrei fare giusto un paio di considerazioni in difesa della mia libertà di sguardo.

Innanzitutto vorrei sbrogliare subito la questione etica. È giusto guardare compiaciuti i corpi altrui? 

Si tratta di una domanda un po’ sibillina in realtà, perché lo sguardo possiede la stessa intrinseca legittimazione del pensiero. Così come dentro la nostra testa nessuno può imporre obblighi, così nessuno può impedire di guardare ciò che è messo in mostra. Si può censurare l’esibizione, ma di certo non l’ammirazione.

Proviamo allora ad affrontare il quesito da un altro punto di vista: guardare le scollature altrui è una molestia?

È chiaro però che, in quanto presunto molestatore, non possa essere io a rispondere. Solo le donne possono farlo, ma ognuna solo per se stessa. Perché in determinati casi il termine molestia ha i contorni un po’ sfumati e ciò che per una donna può essere un vero e proprio abuso, per un’altra è al massimo un’avance esuberante.

L’interpretazione della mia occhiata è dunque molto soggettiva e poco posso fare per sapere in anticipo quale sia il pensiero dell’interessata. A questo punto, nel dubbio, meglio non guardare?

Beh certo, alzare gli occhi al cielo per tutto il periodo estivo sarebbe di sicuro un metodo infallibile per evitare di offendere qualcuno, tanto quanto l’astinenza per evitare gravidanze indesiderate. Una logica innegabile, ma difficile da mettere in pratica nella realtà. Se infatti non siamo più governati solo dall’istinto, dall’altro lato non siamo nemmeno macchine. Siamo una via di mezzo, che mal si combina con quest’epoca, ormai abituata a ragionare solo in bianco e nero.

E quindi arriviamo all’ovvia risposta, che è scontata, ma che ci appare per qualche motivo lo stesso sbagliata, perché ha l’aria di essere un compromesso tra il diritto inalienabile della donna di vestirsi come vuole e “l’istinto animale del maschio”:

tutto dipende dal modo con cui si guarda.

Dipende dall’intenzione con cui lo si fa. Il che significa limitarsi a una fugace occhiata e non indugiare con lo sguardo fisso, lingua di fuori e respiro ansimante da cartone animato. Significa guardarla negli occhi se ci sta parlando e non ignorarla con le pupille puntate in direzioni diverse. Significa, ovviamente, non iniziare a toccarsi le parti intime o a fare altre smorfie allusive. Significa, soprattutto, smettere immediatamente se ci si accorge che la nostra, seppur fugace, occhiata la sta mettendo in difficoltà.

Ma vi dico una cosa, anche in quest’ultimo caso, anche a fronte dell’imbarazzo di essere scoperti intenti in una sbirciatina maliziosa, io non trovo sia giusto sentirmi in colpa.

Lo penso perché so di possedere nel mio pensiero tutte quelle imprescindibili premesse che ogni persona civile dovrebbe avere. Ovvero che quel décolleté non è messo al servizio del mio piacere, che non indica proprio un bel niente riguardo la disponibilità sessuale della donna e che mai e poi mai può giustificare qualsiasi atto preponente nei suoi confronti.

Forte di queste convinzioni, so quindi di guardare quella scollatura unicamente perché la trovo sensuale. Perché la trovo bella.

Tuttavia, per chi starà comunque pensando che sia un porco maschilista incapace di de-sessualizzare il corpo femminile, ciò è sufficiente per essere una colpa. A queste donne vorrei però chiedere, con la massima sincerità, come loro riescano a non sessualizzare i corpi che le attraggono.   

Vorrei chiedere loro se non è mai capitato che “allungassero l’occhio” sul corpo di qualcuno in spiaggia o in palestra. Se mai nessuno ha fatto loro “sesso” unicamente per il proprio aspetto.

E inoltre: dove lo mettiamo il legittimo desiderio di quelle donne che si svestono per essere appositamente provocanti? Per sentirsi sexy?

Quell’istinto “animale” di cui parlavamo prima è solo dell’uomo? O invece fa parte della natura umana, che è inevitabilmente attratta dal sesso?

Ve ne parlo perché sempre più spesso vedo post social di avvenenti ragazze che esibendosi in scatenate sessioni di twerking o immortalando le proprie rotondità strizzate in variopinti bikini, rivendicano non solo il loro (sacrosanto) diritto di farlo, ma anche di essere libere dalla sessualizzazione del proprio corpo.

Anche ignorando ciò che abbiamo scritto prima, ovvero che non si possono imporre obblighi nelle teste altrui, vedendo quelle chiappe saltellanti mi sono chiesto se ci fosse qualcosa di sbagliato in me, che ammirandole non riuscivo proprio a non pensarle (anche) in chiave sessuale.

Non è che inseguendo la giusta lotta contro l’iper-sessualizzazione, ci si sia dimenticati dell’importanza di quell’iper?

Perché il troppo, come dice il detto, stroppia ogni cosa. E in questo caso porta, per esempio, a giustificare articoli che parlano della mancanza di reggiseno di una ragazza convocata in Procura, come fosse la cosa più importante di cui discutere. Il che è allucinante. Oppure all’assurda censura social che colpisce i capezzoli femminili, mentre i corrispettivi maschili possono godere di ogni libertà. In breve, il “troppo” spinge a considerare il corpo femminile sempre sessuale, ignorando le circostanze, abuso a cui gli uomini non sono mai soggetti.

Tuttavia, pretendere che non vi sia più alcuna sessualizzazione del corpo significa rinnegare la nostra stessa natura umana, e parlo sia di uomini che di donne, arrivando nella pratica a sostenere il contraddittorio desiderio di voler mostrare qualcosa (magari qualcosa che è universalmente considerata sensuale) senza che questa venga guardata.

Forse, per quanto possa sforzarmi di mettermi nei vostri panni, questa volta devo arrendermi e accettare che la reciproca totale comprensione è al di là della nostra natura maschile e femminile.

Una cosa però penso di averla capita: coloro che sono infastidite dagli sguardi altrui non lo sono in realtà per lo sguardo in sé. Provano irritazione, rabbia e persino paura per quello che quello sguardo rischia di rappresentare: i secoli di soprusi maschilisti, le potenziali violenze, l’egemonia dell’uomo, l’oggettificazione della donna…

E le comprendo. Ciononostante, reputandomi un uomo che non si riconosce in questi meccanismi patriarcali, trovo ingiusto che la mia occhiata venga accusato di essere di più di quello che è: solo un semplice sguardo, che mai si spingerebbe più in là.

Perciò non mi sentirò in colpa se il mio occhio cadrà in qualche scollatura, non mi riterrò un molestatore solo per il fatto di apprezzare un bel seno; ma al tempo stesso avrò certamente sempre ben presente che dietro quel seno c’è una persona che merita molta più attenzione e rispetto anche del décolleté più prosperoso, o del twerking più baldanzoso.

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