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Galleria: “Avrò una nuova vagina, ma non mi renderà felice”

“Avrò una nuova vagina, ma non mi renderà felice”

"Avere una nuova vagina non significa essere felici. Significa affermare ciò che si è sempre saputo di essere". Così Andrea Long Chu spiega la disforia di genere a chi, ancora, sembra avere le idee piuttosto confuse.

Molto spesso le persone con disforia di genere devono combattere non solo contro i pregiudizi e la diffidenza della società, ma anche con la fortissima ignoranza, peraltro intimamente legata proprio agli altri due aspetti con cui devono confrontarsi, che ruota ancora oggi intorno al termine stesso, “disforia di genere”.

Non tutte le persone, neppure all’interno del campo medico, conoscono precisamente i confini di quello che, a tutti gli effetti, è un malessere, soprattutto psicologico, che porta a non riconoscersi nel sesso con cui si è venuti al mondo; semplificare e banalizzare la situazione vissuta da chi ne è afflitto non contribuisce a superare stereotipi che per queste persone sono estremamente dolorosi e difficili da sopportare, mentre bollarle come “scherzi della natura” o “malati” è assolutamente offensivo, nonché ulteriormente deleterio per la concezione che gli altri, e sovente persino loro stessi, hanno di sé.

Chi ha la disforia di genere molto spesso fatica ad accettarsi per primo, deve compiere un lungo e tortuoso percorso introspettivo affinché riesca a far uscire il proprio vero io e a prenderne consapevolezza e, anche una volta raggiunto l’obiettivo, l’accettazione sociale rimane per molti comunque un miraggio lontano.

Se a un quadro già così complesso aggiungiamo, come detto, anche il fatto, non irrilevante, che talvolta i medici sono proprio i primi a essere confusi sul da farsi, e non recepiscono quelle che sono le vere necessità della persona transessuale, è logico che la chiusura e l’isolamento sembrino le uniche risorse possibile per salvaguardarsi, e che chi riesce a parlare pubblicamente della propria condizione sia giudicato “coraggioso”.

Coraggiosa, in questo senso, è stata quindi la scrittrice e saggista Andrea Long Chu, che sul New York Times ha raccontato della sua esperienza partendo dal cambio di sesso a cui a breve si sottoporrà: non a caso, il suo pezzo è intitolato, molto significativamente, “Una vagina nuova non mi renderà felice”.

Fino al giorno in cui morirò, il mio corpo considererà la vagina una ferita; di conseguenza, richiederà manutenzione regolare e dolorosa. Questo è quello che voglio, ma non c’è alcuna garanzia che mi renderà più felice. In effetti, non me lo aspetto.

Mi piace dire che essere trans è la seconda cosa peggiore che mi sia mai capitata. (la peggiore è stata nascere ragazzo.) La disforia è notoriamente difficile da descrivere a coloro che non l’hanno provata, come un sapore. La sua definizione ufficiale – l’angoscia che alcune persone transgender provano nell’incongruenza tra il genere cui sentono di appartenere e quello a cui sono stati assegnati socialmente – non rende giustizia al sentimento.
Ma nella mia esperienza la disforia è come non essere in grado di scaldarsi, non importa quanti strati si mettono. Sembra fame senza appetito. Sembra di salire su un aereo per volare a casa, solo per rendersi conto che stai proprio a mezz’aria: passerai il resto della tua vita su un aereo. Sembra un dolore. Sembra non avere nulla di cui lamentarsi.

Andrea parla di quella parte di narrativa di destra che ha parlato della disforia di genere come di “un’illusione clinica”, secondo cui “nutrire quell’illusione con ormoni e interventi chirurgici costituisce una violazione dell’etica medica”. Cita il dottor Ryan T. Anderson, della Heritage Foundation, che in un libro scrive “Dobbiamo evitare di aggiungere dolore alle persone con disforia di genere, mentre presentiamo loro delle alternative alla transizione”.

Sull’altro lato, però, continua Long Chu, ci sono le correnti liberali mainstream, quelle per cui i transgender non sono illusi, ma sofferenti, e perciò la medicina deve alleviare i loro dolori.

In questa visione, la disforia è più simile a un ernia del disco – una fonte di dolore debilitante ma trattabile. ‘La disforia di genere può essere alleviata in gran parte attraverso il trattamento’, afferma la World Professional Association for Transgender Health nei suoi standard di cura.

Quello che nessuno di loro, da una parte e dall’altra, sa, è come si senta davvero la persona che sta sperimentando la terapia ormonale e sta affrontando tutto il percorso per il cambio di sesso.

Mi sento palesemente peggiore da quando ho iniziato con gli ormoni – dice Andrea –  Una ragione è che anni di desiderio represso per la ragazza che non ero hanno inondato la mia coscienza. Sono una palude di rimpianti. Un altro motivo è che prendo estrogeni, che in parole povere sono tristezza a rilascio ritardato, il tutto concentrato in una pillola acquamarina che più o meno garantisce una buona pianto entro sei-otto ore.

Quando la mia ragazza oggi mi dice che sono bella, mi risento. Sono stata fuori. So che aspetto ha la bellezza. Non proteggermi.

Non avevo istinti suicidi prima degli ormoni. Ora sì.

Non lo farò, probabilmente. Uccidersi è rivoltante. Non dico questo perché cerco compassione, ma per prepararvi a quello che sto per dire: voglio ancora tutto. Voglio le lacrime. Voglio il dolore. La transizione non deve rendermi felice per volerla.

Andrea continua, raccontando come i medici abbiano interpretato da sempre le richieste dei transgender di ricorrere alle operazioni: esattamente e unicamente come un modo per guarire dal dolore. Non per sentirsi finalmente liberi di essere se stessi, ma solo per smettere di soffrire.

Le persone transgender sono state costrette, per decenni, a fare affidamento su un istituto medico che le guarda con sospetto e condiscendenza. Eppure, per come stanno le cose oggi, c’è ancora un solo modo per ottenere ormoni e chirurgia: fingere che questi trattamenti facciano sparire il dolore.

Permettetemi di essere chiara: credo che interventi chirurgici di ogni tipo possano e facciano un’enorme differenza nella vita delle persone trans.

Ma credo anche che l’unico prerequisito della chirurgia dovrebbe essere una semplice dimostrazione di volontà.

Niente, nemmeno un intervento chirurgico, mi garantirà la muta semplicità di essere sempre stata una donna. Vivrò con questo, o non lo farò. Va bene. Le passioni negative – il dolore, l’odio per se stessi, la vergogna, il rimpianto – sono tanto un diritto umano quanto l’assistenza sanitaria universale o il cibo. Non ci sono risultati positivi nella transizione. Ci sono solo persone che implorano di essere prese sul serio.

In gallery conosciamo meglio Andrea Long Chu.

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