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Perché ognuna di noi donne dovrebbe battersi per i diritti delle prostitute

Sfruttate, abusate, eppure considerate sempre meno donne delle altre. Ecco perché, invece, ciascuna di noi dovrebbe battersi anche per i diritti delle prostitute.

Non stiamo chiedendo che tu ami l’industria del sesso. Certamente no. Stiamo chiedendo che il tuo disgusto per l’industria del sesso e per gli uomini non superi la tua capacità di entrare in empatia con le persone che vendono sesso.

Revolting Prostitutes, edito da Verso Books e disponibile, in inglese, su Amazon, è un libro che affronta la prostituzione, e i diritti delle sex workers, da una prospettiva diversa, più aperta a scoprire il loro mondo e decisamente meno incline al giudizio.

Le due autrici Juno Mac e Molly Smith, attiviste e professioniste del sesso, iniziano la loro argomentazione contestualizzando i problemi in questione. In primis, l’atteggiamento nei confronti della prostituzione, da sempre fortemente influenzato da questioni intrinsecamente collegate alla razza, ai confini, all’identità nazionale, alla migrazione. “Il lavoro sessuale è la tomba in cui la società immagazzina alcune delle sue più acute paure e ansie”, dicono. Perché se sul sesso sono storicamente esistiti diversi tabù, le professioniste del sesso sono sempre state trattate alla luce di stereotipati pregiudizi e con un certo, vago imbarazzo, poiché confrontarsi con il lavoro sessuale significa affrontare i maggiori problemi sistemici all’interno della società.

Invece ogni donna dovrebbe battersi per i diritti delle lavoratrici del sesso, per una serie di valide ragioni: anzitutto, sottolineano Mac e Smith, queste possono essere considerate a pieno titolo le femministe originali: nella Gran Bretagna del XIX secolo proprio loro hanno creato comunità di aiuto reciproco, tra cui la condivisione di reddito e l’assistenza all’infanzia. Negli Stati Uniti, nel 1917, 200 prostitute hanno partecipato a una protesta che è stata definita “l’originale Marcia delle donne”, a San Francisco. Nel 1974, lavoratrici del sesso etiopiche si sono unite alla Confederazione dei sindacati etiopici e hanno intrapreso un’azione di sciopero che alla fine contribuì a far cadere il governo.
Solo le suffragette e i movimenti femministi più recenti hanno escluso le sex workers dal loro attivismo, non considerandole alla pari; eppure, molte sono state anche le prostitute coinvolte nei movimenti per la sensibilizzazione contro HIV e AIDS, oltre a quelle impegnate per difendere i diritti della comunità LGBTQ.

Ma ancora oggi esistono le attiviste del lavoro sessuale, quelle che desiderano che la prostituzione smetta di essere considerata come un’intersezione fra povertà e patriarcato, e per questo motivo sintomo di oppressione, piuttosto che la causa stessa. Ogni donna, scrivono le autrici, dovrebbero poter lottare contro chiunque le liquidi etichettandole come “pu***ne”.

In secondo luogo, le donne dovrebbero comprendere che le prostitute non sentono di essere tutelate dalle forze dell’ordine come accade per le altre, anzi: dopo l’uso eccessivo della forza, l’aggressione sessuale è la seconda forma di violenza della polizia più segnalata. Ma, violenze a parte, i poliziotti non mostrano molto spesso un lato tenero nei confronti delle lavoratrici del sesso, neppure quando qualcuna di loro denuncia di essere stata vittima di violenza e viene arrestata o minacciata, se immigrata, di essere espulsa.

Si ha poi la percezione che l’atto sessuale vero e proprio, se compiuto da prostitute, sia sempre e solo volontario e gradito;  ma il sesso, come spiegano Mac e Smith nel libro, può essere un grande momento di intimità o un grande trauma, e nel caso delle prostitute in realtà è molto più facile che capiti la seconda ipotesi.

In molti dibattiti femministi contro la prostituzione, il sesso viene spesso definito come qualcosa di troppo speciale o prezioso per essere venduto, il che perpetua le visioni puritane del sesso e della verginità. Ma non si considera, ed è un aspetto intimamente legato al discorso fatto poc’anzi sul sesso percepito come traumatico e per nulla intimo, che uno degli aspetti peggiori è il negazionismo degli stupri, l’idea che le sex workers non possano mai essere vittime di violenza. Cosa che è assolutamente irreale, e non rispecchia, purtroppo, come stanno davvero le cose.

La critica forte di Mac e Smith è soprattutto verso il capitalismo, una delle ragioni principali per cui le lavoratrici del sesso entrano, molto spesso, in questo mondo, a causa della necessità economica e della mancanza di altre forme di forza lavoro. Non per piacere, dunque, né per fare guadagni veloci e “facili”.

Invece, molti di coloro che criticano il lavoro sessuale tendono a incolpare la vittima, presumendo che le lavoratrici potrebbero trovare facilmente altri lavori per provvedere al proprio sostentamento. Mentre, spiegano Mac e Smith, l’alta percentuale di persone emarginate nella prostituzione, percepita come prova della sua stranezza predatoria, riflette in realtà il fallimento sistemico e normalizzato della società tradizionale.
Nella stessa prospettiva “lavorativa”, inoltre, le professioniste del sesso vengono spesso e volentieri ridotte al rango di oggetto sessuale, non come lavoratrici che stanno fornendo una prestazione, il che potrebbe sviluppare, in alcuni, proprio quell’idea di acquisto del consenso che è alla base del negazionismo dello stupro menzionato poc’anzi.

Il libro propone un esempio estremamente chiaro per spiegare il concetto. Quello di un uomo che acquista un massaggio pensando di poter fare ciò che vuole alla lavoratrice. Idea del tutto sbagliata, ma che mostra perfettamente quanto sia profonda e radicata la convinzione che le donne che vendono sesso rinuncino a tutti i confini del corpo, accettando tutto.

Altro aspetto fondamentale è l’illegalità del commercio sessuale: in un mercato criminalizzato, non ci possono essere regolamenti e diritti dei lavoratori. Quando il lavoro sessuale è depenalizzato, consente invece di attuare regolamenti specifici che possono aiutare e tutelare con diritti i lavoratori. Da qui l’importanza di far agire le prostitute nella legalità, fermo restando i crimini legati allo sfruttamento della prostituzione. Criminalizzare il lavoro sessuale non è affatto il mezzo ideale per porre fine al lavoro sessuale, per rendere il lavoro sessuale più sicuro o per dare alle persone altre alternative

Ma i critici del lavoro sessuale analizzano anche un altro aspetto, quello che, molto genericamente e superficialmente, confonde il lavoro sessuale con la tratta come mezzo per criminalizzare tutto il commercio sessuale e, soprattutto, le professioniste del sesso. Ma la verità è che la maggioranza delle donne che finiscono in situazioni di sfruttamento sono rimaste intrappolate in un sistema sfruttatore che, arrivando magari da clandestine, senza documenti né identità, ha fornito loro ben poche alternative per dire “no”. “I confini rendono le persone che hanno bisogno di attraversarle vulnerabili e gli abusatori i predatori di persone vulnerabili”, scrivono le due autrici nel libro.

Occorrerebbe, perciò, smettere di considerare le lavoratrici del sesso come “prostitute”, limitandosi a perpetrare facili cliché perbenisti, e iniziare, empaticamente, a valutarle semplicemente per quel che sono: donne, che possono essere sfruttate, violentate, rese preda dei malviventi, disumanizzate. Per questi motivi ogni donna dovrebbe lottare anche per i loro diritti.

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