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Chi ha paura della vagina? La censura di Apple che non colpisce il pene

La Apple censura la parola "vagina" e accetta "pene" (anche in varianti più "spinte"). Il motivo? La prima rappresenta un "linguaggio inappropriato". Ecco che il sessismo è servito.

Siamo proprio sicuri che tutti i tabù riguardanti gli organi genitali siano ormai stati superati, e che il sesso femminile sia considerata alla pari di quello maschile?

Se la risposta potrebbe, di getto, sembrare sì, pare invece che siamo ancora molto lontani dall’abbandonare i retaggi pudici legati alla vagina, differentemente da quanto avviene con il pene, su cui sembra non esserci pruderie di sorta.

Lo fa emergere chiaramente un articolo dell’Independent, partendo dall’esperienza singolare di una donna americana che, casualmente, ha scoperto che il suo iPad non avrebbe inserito, nel proprio vocabolario, la parola “vagina”. Il motivo? È considerato “linguaggio inappropriato” da parte della compagnia.

Eppure, il colosso di Cupertino non considera alla stessa stregua il corrispettivo maschile, “pene”, anzi accetta addirittura la parola “cazzo”.

Insomma stiamo parlando di sessismo bello e buono, che sia volontario o meno, e non si tratta di fare le solite “femministe arrabbiate” – come qualcuno ama definire chiunque faccia notare l’evidente disparità ancora esistente sotto molti punti di vista – ma di denunciare una tendenza che, anziché diminuire, sembra diffondersi sempre più. Quella delle persone che mostrano chiaro imbarazzo e disagio di fronte alla parola “vagina“.

Nel 2012, ad esempio, prosegue sempre l’Independent, la rappresentante di Stato americano Lisa Brown è stata bandita dal parlare alla Camera dei rappresentanti del Michigan, “colpevole” di aver usato la parola durante un dibattito sull’aborto.

Mike Callton, suo collega Repubblicano per lo stato del Michigan, si è espresso sull’uso della parola “vagina” da parte della Brown definendolo “così vile e disgustoso che non l’avrebbe mai menzionato di fronte a delle donne o in una compagnia mista”.

Un altro esempio? Nel 2013, un insegnante di biologia ha pronunciato la parola “vagina” durante una lezione di scienze in una scuola superiore; i genitori, dopo aver sentito che i loro figli avevano appreso il termine anatomico corretto per indicare i genitali femminili, hanno spinto affinché venisse condotta un’indagine sul comportamento dell’insegnante.

Ma in realtà cosa c’è di sbagliato nella parola “vagina”? È la pronuncia? Le tre sillabe e il suono fanno rabbrividire le persone? O è più il fatto che le vagine siano spesso attaccate alle donne e legate alla vergogna e al disgusto sessuale?

La decisione di Apple di classificare la parola “vagina” come “inappropriata” non ha senso, ma, purtroppo, rispecchia in pieno un atteggiamento generale di ostracismo e disprezzo verso il corpo femminile: osannato se mercificato all’occorrenza, condannato se espresso e mostrato liberamente. Insomma, è la società in cui si utilizza una donna in bikini striminzito per pubblicizzare un materasso e poi ci si scandalizza se le donne mostrano i capezzoli sotto la maglietta, e questo genere di contraddizione giustifica l’antipatia nei confronti della parola “vagina”, perché non è che il frutto di un modo distorto di percepire la donna e ciò che ne fa parte.

Ma è anche altamente pericoloso.
La restrizione di Apple mostra una palese parzialità di genere che è completamente inaccettabile, e per cui non occorre essere “femministe” per essere notata. È sbattuta proprio in bella vista davanti a tutti, legittimata da quegli sguardi di disapprovazione che giudicano, anche fuori da un iPad o da uno smartphone, chi usa quella parola “vietata”.

Bannare l’uso della parola “vagina” ma permettere quella di “pene” è uno degli esempi più chiari di fallocentrismo che chiunque possa immaginare.

Non è assurdo collegare i tabù legati agli organi femminili alle pratiche di mutilazione genitale o alla scarsa considerazione della donna in alcuni paesi: alla base del problema, infatti, che è unico, c’è sempre e solo la stigmatizzazione del corpo femminile, e il senso di vergogna a esso legato. Per fortuna la nostra società non è, forse, così focalizzata sul pudore (per altro palesemente fazioso) quanto quella statunitense e difficilmente potremmo concepire una lamentela per un professore che parla di vagine. Eppure certi fanatismi dal sentore medievale che stanno tornando in auge negli ultimi tempi suggeriscono che è meglio non abbassare mai la guardia.

Dobbiamo parlare delle vagine. Dobbiamo farlo apertamente, in maniera intelligente, con rispetto e senza censura. E, ancora di più, dobbiamo parlare dei diritti degli umani a cui appartengono.