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"Sono andata a letto con più di un'escort": Lily Allen e il rispetto per le sex worker

La confessione di Lily Allen, che ha passato una notte con delle escort perché si sentiva sola, riapre il dibattito sui diritti delle prostitute: a che punto siamo?

Metti un nome famoso e la parola escort nello stesso titolo e il gioco è fatto. Non c’è nulla di meglio di uno scandalo sessuale, vero o presunto, per solleticare la pruderie dei lettori e rimpolpare le colonnine di destra delle principali testate on line. La confessione di Lily Allen, anticipata dal Daily Mail e confermata dalla diretta interessata, ha attirato ancora più attenzione perché in questo caso non si parla di una celebrità in preda alla crisi di mezza età, ma di una giovane madre, sebbene piuttosto celebre.

La popstar ha raccontato nel suo libro, in uscita proprio a settembre, di essere andata a letto con delle prostitute perché era triste per la fine del suo matrimonio. Questa l’indiscrezione del quotidiano inglese, anticipata in realtà da una dichiarazione di Lily Allen sulla sua pagina Instagram: temeva che il giornale l’avrebbe dipinta con tinte troppo boccaccesche.

Alloraaaa, nel mio libro ‘My Thoughts Exactly’ (in uscita il 20 settembre) racconto dettagliatamente alcune cose accadute nel mio periodo buio, ai tempi di ‘Sheezus’. Sono andata a letto con alcune escort mentre ero in tour, perché mi sentivo persa e sola e perché cercavo qualcosa. Non ne vado fiera, ma non me ne vergogno. Non lo farò mai più.

In un’intervista al programma televisivo The Project, Lily Allen ha spiegato meglio quanto accaduto.

Non si tratta di nulla di spregiudicato e sconcio, anche se è così che i tabloid l’hanno descritto, ovvero come un ‘incontro sessuale lesbo con prostitute’, e in un certo senso lo è stato. Per me era un periodo di profonda solitudine e non sapevo più che fare. Ero in cerca di qualcosa. Cercavo uno sfogo. Non è di certo una storia piccante: passavo da una camera d’albergo all’altra e mi sentivo sola e molto lontana dalle mie figlie e da mio marito. Credo che non ci si debba vergognare. Ripensandoci, so bene quello che mi stava succedendo. Soffrivo di depressione post partum e il mio matrimonio si stava deteriorando, allora ho trovato uno sfogo.

Tralasciando la possibile dimensione promozionale della confessione, vale la pena allargare l’immagine e considerare quelle sex worker senza nome. Da dove vengono? Che vita fanno? Da una parte c’è la cantante pop famosa, dall’altra delle donne di cui non sappiamo nulla. Nessuna delle parti in causa meriterebbe di provare vergogna per ciò che ha fatto. Puntare il dito contro Lily Allen significa anche prendere una chiara posizione contro chi ha acconsentito a rendere “meno solitaria” la sua notte. Ma a che punto siamo con i diritti delle prostitute?

Le sex worker sono discriminate perché in virtù della loro professione non possono accedere alla giustizia. Sono fortemente stigmatizzate, non possono usufruire dei servizi basilari offerti dallo stato e spesso subiscono violenza fisica e psicologica. Nel 2016 Amnesty International ha dichiarato in un documento ufficiale di supportare la decriminalizzazione (e non la legalizzazione, si badi bene) del sex work proprio per proteggere i diritti umani delle persone che si prostituiscono.

A tal proposito risulta evidente l’incapacità o la non volontà della politica italiana di produrre una legge seria sulla prostituzione e di andare oltre agli anacronistici proclami riguardo a una riapertura delle cosiddette case chiuse. Non si tratta di “pulire le strade”, ma di lottare contro lo sfruttamento di chi non ha scelto di essere una sex worker e, nel caso sia l’esito di una scelta consapevole, di dare la possibilità di esercitare la professione in condizioni tutelate. In poche parole, manca una legge che rispetti davvero queste donne e che le aiuti a cambiare vita, persino nel caso in cui abbiano scelto volontariamente di viverla.