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"Perché ho affrontato la terapia di conversione per guarire dall'essere gay"

La terapia di conversione dei gay è la pratica religiosa attraverso cui si presume di poter "redimere" qualcuno dalla propria omosessualità. La testimonianza di questa ragazza racconta a TheCut parla di un trauma difficile da superare.

Molti esempi dimostrano che il percorso di accettazione della propria omosessualità spesso sia piuttosto complesso e disseminato di ostacoli, dubbi, sensi di colpa; problemi che si amplificano nel momento in cui si decide di esporsi anche agli altri, “dando loro in pasto” la confessione della propria omosessualità, dato che non tutti i conoscenti, gli amici, i familiari, riescono a convivere serenamente con l’idea di un amico, un figlio, un fratello gay o lesbica. C’è chi necessita di tempo per metabolizzare il fatto, chi non arriva mai ad accettare davvero l’orientamento sessuale altrui, vivendolo non solo come un imperdonabile tradimento, ma anche come un’onta morale e una vergogna mortale.
In quest’ultimo gruppo, non è raro riscontrare forti contrasti fra il diritto a vivere liberamente la propria sessualità, qualunque essa sia, e la religione, che più volte ha dimostrato un’ostinata intransigenza verso chi ancora ritiene “diverso” e, nei casi più estremi, persino “sbagliato”.
Abbiamo parlato di madri che hanno rifiutato la propria presenza al matrimonio del figlio gay, ma le testimonianze talvolta raccontano di cose ancor più agghiaccianti, come le famigerate “terapie di conversione sessuale”.

Un’esperienza del genere è stata raccontata da Deb Cuny ad Alexa Tsoulis Reay per The Cut, e la sua vicenda racconta di un mondo ancora fortemente impregnato non solo di pregiudizio, ma anche di superstizioni e false credenze che, pure, sembrano ancora difficilmente intaccabili.

“Sono cresciuta in una città di circa 7000 persone – racconta la ragazza al magazine – La famiglia di mio padre è cattolica e mia mamma è una cristiana fondamentalista. Diceva sempre che ci sono cristiani e cristiani. La nostra famiglia era la seconda. Mi è stato insegnato che l’omosessualità era un peccato. Se sei gay, andrai all’inferno, semplice.

Essere una vera donna andava di pari passo con l’essere una vera cristiana. Ma io ero diversa. Fin da piccola sembravo un ragazzo; adoravo i vestiti e le scarpe di mio padre. Mi tiravo indietro i capelli. Una delle mie manie era vestirmi come Elvis. Ho giocato a calcio, a basket e a golf. Ma a scuola, per inserirmi, sparlavo di “lesbiche” e “gay”; ero quella ragazza che metteva in giro voci sugli insegnanti di educazione fisica. Fa davvero schifo quando sei omofobo e ti rendi conto che sei gay“.

A 11 anni Deb capisce di provare attrazione verso le donne, ma sa che confidarlo ai suoi genitori non sarà facile; quando tenta di farlo, una giovane coppia la porta, assieme al gruppo giovanile di cui faceva parte, nel Tennessee, per ascoltare il predicatore Jerry Falwell.

La prima cosa che uscì dalla sua bocca fu: ‘Non esistono cose come Adam e Steve, solo Adamo ed Eva!’. Migliaia e migliaia di persone stavano in piedi ad applaudire. Sapevo che la mia sessualità era un problema, ma vedere la mia intera comunità che decantava l’odio era terrificante.

Il giorno in cui finalmente Deb trova il coraggio per dirlo ai suoi genitori, loro reagiscono alla notizia andando in ritiro alla Chiesa Exodus, i cui ministri, “ex-gay internazionali” sottolinea, giurano di poter aiutare le persone a recuperare l’identità di genere data loro da Dio e a tornare quindi alle relazioni eterosessuali. “Mia madre ne era talmente entusiasta da iniziare a lavorare con un ministro ex-gay“.

Deb trasferendosi al college ha però l’occasione di sentirsi per la prima volta libera:ha le prime esperienze sessuali e inizia persino una relazione con una ragazza.

“Quando la mia ragazza ha rotto con me, mi sono sentita totalmente disorientata. Ero devastata; lei mi dava stabilità. Pensavo che ci saremmo sposate. Mi sentivo disperata, come se fossi diventata ciò di cui i miei genitori mi avevano avvertito. Ho iniziato a sentirmi ricondurre alle mie radici cristiane. Mi sentivo così in colpa. Ho chiamato i miei genitori nel cuore della notte chiedendo aiuto perché pensavo di essere stata bombardata da demoni. Poi, quando sono tornata a casa per la pausa invernale, mia madre mi ha suggerito una liberazione. Mi ha spiegato che si trattava di una pratica biblica in cui un ministro avrebbe pregato su di me per liberarmi dalle forze demoniache che mi stavano facendo del male. Guardando indietro, è chiaro che desideravo disperatamente avere una connessione e amore dai miei genitori. Ho deciso di farlo”.

Durante la preparazione, Deb digiuna per 36 ore; la “liberazione” si sarebbe svolta presso l’Assemblea della Chiesa di Dio a Little Rock, a circa un’ora di macchina.

Mi era stato detto di non indossare gioielli o abiti elaborati in modo che i demoni non si incastrassero su di me. Quando siamo arrivati ​​lì sono stata portata, da sola, in una piccola stanza bianca con il pastore e due assistenti. Ho pensato che avrei visto Satana proprio davanti ai miei occhi.

Forse influenzata dalla situazione, forse dagli incubi ricorrenti dell’infanzia legati al demonio, a Deb sembra che la seduta funzioni.

“Quando siamo arrivati al demone della perversione, il pastore è diventato più aggressivo. Mi ha preso per la testa e ha messo la mano sopra le sopracciglia, fissandomi negli occhi. Era a circa due centimetri dal mio viso e urlava che il demonio uscisse. Andò avanti per ore ma quel demone non si mosse. Il pastore divenne ancora più forte e a questo punto due assistenti stavano cercando di trattenermi, urlando e pregando. Tutto questo andò avanti per sei lunghe ore. I miei genitori stavano aspettando”.

A un certo punto, ho chiesto: se hai eliminato il demone della perversione, non sarò più gay? Il pastore ha accennato un, ‘Beh, anche se il demone non sarà in te, potrebbe ancora essere in giro, quindi potrebbe esserci ancora qualche attrazione’. Questo non aveva senso. Perché il demone sarebbe stato ancora in giro? Perché avrei sentito ancora l’attrazione se fossi veramente guarita spiritualmente? Ho detto che volevo fermarmi. Gli ho detto che avevamo finito. Mi ha urlato ‘Hai scelto di intraprendere questa strada per l’inferno, non dimenticarlo mai!’

Dopo quell’esperienza, per cui non ha avuto il coraggio di guardare in faccia i suoi genitori, Deb ha vissuto dieci anni tra alcol, fumo, ansia, depressione e avvertendo costantemente un senso di vuoto, a dispetto dei successi ottenuti nella sua vita “pubblica”.

“Oggi da quasi quattro anni sono sobria. La mia vita è molto più significativa e serena. Sono single, ma voglio trovare una relazione con un’altra persona gay, ma che abbia fede. Mia madre è cambiata. Parla con genitori cristiani che stanno lottando per amare i loro figli omosessuali. Si è scusata per quello che hanno fatto. Le cose con mio padre sono migliorate”.

Nell’ottobre del 2017 entrambi hanno camminato insieme al loro primo Gay Pride, e lui l’ha difesa da alcuni commenti omofobi fatti da alcuni membri della congregazione. L’abuso spirituale subito, tuttavia, le ha lasciato un segno indelebile:

Il trauma non sempre scompare quando le persone chiedono scusa. Molte persone si tolgono la vita. Io ho sempre avuto qualcuno nella mia vita che mi amasse, che si trattasse di una particolare figura adulta o di un amico, e so che è qualcosa che tante persone non avranno mai.

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