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"Che si fa con le donne con il pene nei luoghi femminili?”

Quanti pregiudizi sono ancora legati all'essere "donne con il pene", ovvero trans donna, soprattutto quando ci si trova a confrontarsi in luoghi pubblici e intimi come uno spogliatoio, o una toilette?

Sui transessuali esistono sicuramente ancora molti pregiudizi e stigmi sociali, che si acuiscono soprattutto quando ci si trova in ambienti comuni e intimi, come un bagno pubblico, o uno spogliatoio, dove può capitare di doversi mostrare nudi.

Sul modo in cui la società percepisca le donne trans, analizzando proprio determinate situazioni dove imbarazzo e disagio possono essere particolarmente avvertibili, ha ragionato su Medium Cassie Brighter, transessuale lei stessa, che ha riassunto l’argomento con un eloquente “Cosa pensano gli altri delle donne con il pene?”.

Di questo, in fondo, stiamo parlando. Di donne trans che, pur avendo intrapreso il percorso di cambio sesso e di terapia ormonale, ancora non hanno (o non vogliono) completare il cambiamento, e si ritrovano perciò, in quelle situazioni di cui parlavamo poc’anzi (bagno, spogliatoi in palestra) a mostrare il proprio corpo nella sua nudità, consapevoli di poter attirare giudizi o sguardi sgomenti.
Perché?

La situazione tipo? Lo spogliatoio in palestra

ph. Omar Lopez

Alla base del problema, ovviamente, c’è il modo in cui le persone percepiscono i transessuali e i pregiudizi verso quest’ultimi, che inevitabilmente li spingono a sentirsi a disagio e fuori luogo in determinati contesti che, invece, per identità sessuale sentirebbero come propri.

Un esempio? Immaginiamo una donna trans nello spogliatoio di una palestra, e come le altre donne presenti potrebbero reagire nel trovarsi di fronte a quella che, a tutti gli effetti, è una “donna con il pene”.

Imbarazzo, disagio, indifferenza… Le reazioni sono molto soggettive, ma certo non si può negare che buona parte della percezione degli altri rispetto ai transgender si basi su preconcetti e su un’ignoranza di fondo che, molto spesso, non fa tenere conto del complesso percorso di accettazione che queste persone devono compiere su se stesse, prima ancora di riuscire a farsi vedere all’esterno, alla ricerca del consenso sociale.

Ma, del resto, si potrebbe discutere in generale su ogni tipo di pregiudizio rivolto a ciò che viene considerato, da alcuni, “diverso”, a quello che, in un certo qual modo, percepiamo come teso a violare la nostra comfort-zone. Perciò, la stessa reazione di fastidio nella medesima situazione, così intima, potrebbe essere provocato dal condividere lo spazio con una donna di colore, o con una persona anziana, oppure ancora con un disabile. Se non trasformarsi in vero e proprio bodyshaming.

Certo, nel caso di una donna trans abbiamo una diversità ancor più evidente, che potrebbe essere interpretata da qualcuno come una vera e propria “intrusione” all’interno di un luogo – quale appunto lo spogliatoio – dedicato esclusivamente alle donne, per via della presenza fisica del pene, iconicamente letto come simbolo della supremazia maschile. Resta però il fatto che la discriminazione, come negli altri casi sopra citati, dipenda principalmente dalla propria percezione individuale della diversità, non dall’essere “sbagliato” dell’oggetto su cui tale discriminazione ricade.

La questione dei bagni

I bagni “gender neutral” in Israele (osservatoriogender)

Un’altra situazione che rischia di acuire la discriminazione verso le donne trans riguarda l’uso dei bagni pubblici; in Italia, ad esempio, non molti anni fa la parlamentare Vladimir Luxuria venne “invitata” dalla collega Elisabetta Gardini a non usare la toilette riservata alle donne, scatenando polemiche e visioni ovviamente molto contrastanti sull’opportunità, per le donne trans, di potersi servire di queste ultime.

L’ex presidente americano Barack Obama, proprio per mettere un punto deciso alla questione, aveva predisposto delle linee guida sull’uso dei bagni pubblici da parte dei transgender, che consentivano di di utilizzare i bagni “in modo coerente alla loro identità sessuale”. Linee guida poi revocate da Trump, il quale, nel motivare la decisione, ha parlato di “difesa dei diritti”; in base alle nuove decisioni del tycoon, è stata ripristinata la norma che regola l’uso dei servizi igienici  dal genere registrato sul certificato di nascita.

Impossibile non pensare che questo rappresenti un duro colpo per tutti coloro che lottano per affermare la propria identità di genere, evidentemente diversa dal sesso di nascita, e di quanto tutto questo possa provocare imbarazzo e malessere, ad esempio, in una donna trans che dovrà recarsi nella toilette degli uomini nei luoghi pubblici. In fondo, come ben afferma Cassie nel suo articolo,

La donna transessuale nel bagno pubblico non sta dicendo: ‘Sono qui per invadere il tuo spazio!’ Sta dicendo, ‘per favore accoglimi, non ho altro posto dove andare”. Non siamo conquistatrici o invasori, siamo rifugiate.

Forse, anziché imporre ai transessuali di stare in una situazione di evidente disagio, sarebbe preferibile adottare una soluzione come quella promossa, nel 2016, dall’Università di Tel Aviv, in Israele, che ha predisposto una terza toilette, dedicata appunto ai “gender neutral“, ovvero agli studenti transessuali e a chi non si riconosce in un genere preciso.

Una nuova definizione di femminilità

ph. Omar Lopez

La questione principale, il punto che molte donne spesso faticano a capire, afferma Cassie Brighter nel suo articolo, è che le donne trans non intendono “usurpare” alle donne il trono della femminilità, né ovviamente considerarsi di chi nasce biologicamente donna.

Non ho le mestruazioni. Non riesco a concepire i bambini. Non ho utero.

Alcuni direbbero che questo mi rende meno donna. Emotivamente, sono d’accordo. Se prendiamo tutte le cose che rendono una donna tale, la capacità di generare figli è una grande parte di essa. Sento una profonda tristezza se penso al mio corpo sterile. Ma principalmente, mi rendo conto dell’idea, crudele e superata, che se la pensano così significa che per molti una donna sterile sia ‘meno’ di un’altra.

Ma tutto, afferma Cassie, è sempre e solo legato al pregiudizio.

I pregiudizi ci portano a temere altre razze – non troppo tempo fa, i bianchi impedivano ai neri di usare lo stesso bagno. Tenere fuori gli altri ci fa sentire più sicuri. Tuttavia, un altro modo per sentirsi sicuri, senza essere esclusivi, è quello di sfidare i nostri pregiudizi. Oggi troveremmo offensivo e assurdo se un bagno femminile escludesse le donne nere o le donne handicappate. La scienza ha dimostrato che il genere è solo uno spettro. La scienza ha dimostrato che il sesso è separato e distinto dal sesso biologico. E anche il sesso biologico è molto più sfumato di quanto pensassimo in precedenza. Quindi, possiamo tutti adottare una misura di umiltà e ammettere ciò che pensavamo di sapere potrebbe essere sbagliato, o almeno incompleto? Possiamo tutti adottare una misura di compassione? I diritti umani non sono cookie. Non ne perdi qualcuno quando ne guadagni un po ‘. Ed esistere come donna trans non significa ‘cancellare’ le altre donne. Le donne esistono ancora, in gran numero. Permettere alle donne asiatiche, nere e native americane di sedersi accanto alle donne bianche non ha cancellato le donne bianche. Permettere alle donne trans di stare senza problemi in spazi femminili non cancellerà le donne nate come tali.

 

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