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"Quello che ho capito facendo coming out da bisex (che è diverso da quello gay)"

"Il coming out è una morsa al petto che ti spezza il fiato, un elastico sempre più stretto che si arrotola attorno al cuore, un brivido tanto freddo da congelare le parole in gola, che devi spingere fuori come fossero mostri da partorire. Non c'è da stupirsi quindi se mi sono spesso chiesto 'ma chi me lo fa fare?'"

Quello che segue è un articolo che un ragazzo bisessuale ha voluto scrivere per noi, per riportarci la sua esperienza e per spiegare quali sono le differenze rispetto a un coming out gay.

Partiamo da una premessa fondamentale: il coming out non è un dovere.

In una società idilliaca il termine non avrebbe infatti nemmeno senso di esistere. “Uscire dall’armadio” (l’espressione inglese infatti deriva proprio da coming out of the closet ) non servirebbe se non ci fossero motivi per nascondersi. Perciò spogliamo subito il termine da quell’aura di obbligatorietà che alcuni gli attribuiscono.

Il fine di ognuno di noi dovrebbe essere la felicità, e possiamo trovarla in modi diversi, persino chiusi dentro un armadio.

Questa convinzione mi ha aiutato per il mio coming out: sapere di non avere obblighi con nessuno mi ha dato la serenità necessaria per concentrarmi su me stesso.

Avevo un problema però: non sono gay, sono bisessuale. E sì, quando si parla di coming out, questo può diventare un problema.

Stando a un sondaggio del 2013 della Stanford University, analizzata dal Pew Research Center, infatti, la percentuale di bisex che dichiarano di esserlo è del 28%, mentre per gay e lesbiche si sale a più del 70%.

Questa enorme differenza ha più di una spiegazione e ognuno ha poi i propri personali motivi. Per quanto mi riguarda, il freno maggiore era dato da una domanda banale:

“Ma chi me lo fa fare?”

Il coming out è infatti sempre impegnativo, è una gran rottura di scatole che gli etero non conosceranno mai. Comporta paura, vergogna, rifiuto, pianti, ansia…

E non parlo di quell’ansia pre esame che al massimo ti toglie qualche ora di sonno. Parlo di una morsa al petto che ti spezza il fiato, un elastico sempre più stretto che si arrotola attorno al cuore, un brivido tanto freddo da congelare le parole in gola, che devi spingere fuori come fossero mostri da partorire, mentre non smetti di sussultare per le lacrime che, quelle sì, non smettono di uscire.

Se si può evitare tutto ciò, quindi, perché non farlo?

E se per gay e lesbiche evitarlo è più complicato, perché limiterebbe l’intera propria esistenza, per un bisex lo è un po’ meno: ne viene limitata solo metà.

È un privilegio che suona come una condanna però. Abbiamo la possibilità di schivare tutto il marcio che il mondo riversa addosso alla comunità LGBTQIA*, ma vivere a metà significa limitarsi a sopravvivere. Dei Visconti dimezzati che barcollano costantemente, in cerca di equilibrio.

La cosa non vale solo per i bisex che si professano etero, ma anche per quelli che, spinti dal desiderio di accettazione da parte di una comunità non sempre cordiale, si dichiarano gay. Pena l’essere accusati di “non avere abbastanza coraggio” o essere “confusi”.

È un po’ come stare nella “terra di nessuno” tra due trincee nemiche: si è soli come cani e si passa il tempo a schivare pallottole.

Quindi no, il coming out tra bisessuali non è molto popolare.

Nel mio caso però, lo spettro dell’essere diviso a metà mi ha logorato per molto tempo. L’idea che qualsiasi scelta o relazione intraprendessi avrebbe sempre scontentato una parte di me mi ha spinto sull’orlo della depressione, finché non mi sono stufato e ho deciso di ricucirmi a modo mio. E ho fatto coming out.

Sia chiaro: c’è chi riesce benissimo a trovare un equilibrio anche stando chiuso dentro l’armadio, o aprendolo solo in determinati momenti, concedendosi una “doppia vita” o sopportando agilmente di gestire segreti lunghi decenni.  C’è chi reputa che questa fatica sia comunque preferibile a dover gestire discriminazioni e relazioni spezzate. È una loro scelta, ma non faceva per me.

Non volevo diventare uno di quei tanti uomini che ho conosciuto, che hanno mogli “che non possono capire”.

“Non capiranno” è anche quello che mi sono sentito dire quando ho esternato la voglia di uscire allo scoperto.

Perché siamo in un mondo che riesce a capire solo quello che vede. Perciò, se sei un uomo dai modi maschili e hai persino una fidanzata, per tutti sei etero. Con buona pace dei tentativi per dichiarare il contrario. E se per caso poi ti ritroverai a frequentare un ragazzo, tutti rimarranno scioccati al grido “ma sei diventato gay!”. Perché il materiale più duro della terra non è il diamante, è l’ottusità della gente.

Quella stessa gente che, disorientata dal fatto che i miei modi e amori non fossero cambiati dopo il coming out, ha saputo chiedermi solo una cosa : “Perché ce lo stai dicendo?”

“Perché sì” è l’unica risposta che si possa dare.

Perché in fondo il coming out non lo si fa per far capire gli altri. Grazie a Dio non siamo responsabili del raziocinio altrui, lo si fa per capire qualcosa in più su noi stessi.

Quello che ho capito io?

Ho capito che il coming out non è una bacchetta magica che mi ha risolto ogni cosa, che esistono persone con cui vale la pena affrontarlo e altre decisamente no.

Ho capito che l’etichetta che scegli poi rischia di farsi ingombrante e all’improvviso non sarai più il “tizio alto” o il “tizio pelato” ma diventerai solo il “tizio bisex”, ma che, in fondo, essere pelato forse era peggio.

Ho capito che il coming out è stata solo una delle fasi della mia accettazione e che non sarà certo l’ultima.

Ho capito che, coming out o meno, finché il mondo non cambia, dovremo comunque far sempre più fatica degli altri per incastrarci in spazi che non sono stati pensati per noi. Come quei giochi per bambini in cui il cerchio va nel cerchio e il triangolo nel triangolo, ma tu sei un dannato esagono e non sai dove cavolo infilarti.

E ho capito che, gay, bisex o etero, quello che per me conta davvero è stato trovare l’equilibrio con la persona che ho accanto, anche stando stretti stretti nello stesso armadio. Il resto del mondo, in fondo, può sempre aspettare.