Il Bdsm (sigla che sta per bondage, dominazione e sado-masochismo) annovera molte pratiche: alcune di esse non sono nate spiccatamente come pratiche sessuali. Una di queste è il figging, che consiste fondamentalmente (oltre ad alcune varianti) nell’inserimento da parte del dominatore di un pezzo di zenzero nell’ano del sottomesso.

Qui spiegheremo la sia storia, come mai sia entrato nel Bdsm e perché praticarlo forse non è sempre un’ottima idea.

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Cos’è il figging?

Il figging, che viene chiamato anche gingering, consiste in una pratica “educativa” o punitiva del dominatore sul sottomesso. Funziona in questo modo: si prende una radice di zenzero, la si pulisce e la si modella in modo che prenda la forma di una butt plug, per poi passare all’inserimento che segue l’immobilizzazione del sottomesso. Se il sottomesso non è immobilizzato, è chiaro che ai primi bruciori potrebbe estrarre lo zenzero dal proprio corpo.

Perché lo zenzero brucia, brucia eccome. Accade per la presenza in questa radice del gingerolo, che è una sostanza simile alla capsaicina contenuta nei peperoncini. Quindi in pratica, quando si inserisce una radice di zenzero nell’ano di qualcuno brucerà molto.

Il climax del bruciore viene raggiunto tra i 2 e i 5 minuti, ma scompare entro una mezz’ora e non comporta conseguenze a lungo termine.

Storia del figging

Il termine viene da «to feague» uno slang britannico che nell’800 veniva usato per indicare la pratica del figging sui cavalli. In pratica, quando si voleva far sembrare un cavallo più giovane di quanto fosse, gli si inseriva nell’anno una radice di zenzero, affinché si muovesse in maniera più dinamica e ribelle, come avrebbe fatto un cavallo realmente giovane.

La pratica però nasce come tortura nel vero senso del termine (e non come le torture consensuali del Bdsm). L’inserimento dello zenzero dell’ano avveniva già nell’Antica Roma come punizione per le schiave che provenivano dalla Grecia. Poi, in età vittoriana divenne tortura e punizione, in maniera analoga, nelle carceri femminili.

Il figging nel Bdsm

Figging
Fonte: Pixabay

Il figging nel Bdsm non può essere considerata propriamente una tortura, perché il Bdsm richiede sempre un’assicurazione di consensualità tra le parti. Dominatore e sottomesso non sono due estranei, ma sono due “complici” che fanno sesso attraverso differenti tecniche e un menage relazionale regolato da norme ferree.

Quindi, non solo ci può essere addirittura un accordo pregresso tra dominatore e sottomesso, sull’opportunità di ricorrere allo zenzero nell’ano (ed è presumibile che questo avvenga sempre o quasi sempre, per una ragione che vedremo tra poco), ma soprattutto dobbiamo ricordare che esiste la consuetudine della safeword, la parola magica che fa interrompere il gioco sadomaso se il sottomesso non lo tollera più.

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Varianti del figging

L’inserimento dello zenzero nel corpo del sottomesso può anche avvenire non solo nell’ano, ma anche nella vagina e in alcuni casi nel pene. A volte viene premuto anche contro la clitoride.

Figging: rischi e controindicazioni

Dicevamo: dominatori e sottomessi avveduti si premurano di discutere del figging prima di praticarlo. La ragione è semplice: evitare potenziali controindicazioni che potrebbero rivelarsi letali. Una di queste potenziali controindicazioni è appunto un’allergia e se il sottomesso è allergico allo zenzero potrebbe incorrere in uno choc anafilattico, il che è molto pericoloso perché può portare alla morte.

Il figging inoltre può irritare profondamente le mucose e causare abrasioni su ano e genitali, che sono parti molto delicate del nostro corpo. Durante questa pratica, tra l’altro, è “vietato” ricorrere al lubrificante per l’inserimento, dato che quella sostanza potrebbe neutralizzare l’effetto del bruciore che lo zenzero provoca. Anzi, in alcuni casi, prima dell’inserimento, la radice di zenzero viene immersa in acqua, affinché il bruciore sia ancora più potenziato dalla diffusione dei succhi.

Articolo originale pubblicato il Giugno 6, 2020

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